Val Bormida, la terra che sta imparando a raccontarsi
Ci sono angoli di Piemonte iconici, che si riconoscono al volo. E altri che, invece, chiedono di essere osservati con più attenzione. La Val Bormida appartiene a questo secondo insieme:. è una terra di passaggio solo per chi la attraversa senza fermars, ma basta guardarla da vicino per scoprire un paesaggio fatto di boschi, pascoli, noccioleti, vigneti, calanchi e versanti assai diversi tra loro. E soprattutto una sorprendente ricchezza naturale, costruita in milioni di anni e modellata, più recentemente, dal lavoro dell’uomo.
È da qui che è partita, a Bubbio, la tavola rotonda “Val Bormida: il futuro è già qui”, organizzata il 2 ottobre da Colombo. Una giornata dedicata a una domanda ampia: che cosa può diventare questa valle se comincia a leggere e raccontare davvero le proprie peculiarità?
La risposta, ascoltando gli interventi, sembra stare proprio nella complessità del territorio.

Edmondo Bonelli, enotecnico e dottore in Scienze Naturali, ha raccontato una Val Bormida che è quasi un libro aperto di geologia e biodiversità. Le rocce sedimentarie nate nell’antico mare ligure-piemontese, i diversi suoli e le esposizioni hanno creato ambienti differenti, nei quali nel tempo si sono insediate specie e coltivazioni diverse. Dal faggio e dal castagno alla roverella e al pino silvestre; dai prati pascolati alle orchidee; dal nocciolo al tartufo. E poi la vite.
È un dettaglio importante, perché racconta una valle che non ha una sola vocazione.
Ha molte vocazioni che convivono.
Ci sono i pascoli della Robiola di Roccaverano, la Tonda Gentile delle Langhe, il tartufo bianco e quello nero, e c'è una viticoltura dalle radici antiche che conserva Dolcetto, Moscato e Barbera ma che sta anche sperimentando letture differenti del territorio attraverso Pinot Nero e Chardonnay. Secondo Bonelli, proprio la combinazione tra suoli di origine marina, risorse minerali, disponibilità idrica e condizioni climatiche differenti può offrire alla vite una particolare varietà di ambienti.
E qui la Val Bormida incontra uno dei temi più urgenti del vino contemporaneo: il cambiamento climatico.
Non esiste più, infatti, una viticoltura che possa permettersi di ragionare soltanto in termini di tradizione. Temperature estive più elevate, nuove patologie e parassiti, costi produttivi crescenti e cambiamenti nei consumi stanno imponendo scelte diverse. Vincenzo Gerbi, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia all’Università di Torino, ha riportato il tema alle caratteristiche concrete della valle, interrogandosi sulle scelte enologiche più adatte alle sue condizioni e sulle possibilità offerte dalla produzione di Alta Langa DOCG e di vini rossi di pregio.
Ma se il clima cambia, cambia anche il modo di conoscere la vigna.
È il terreno su cui sta lavorando la ricerca presentata da Silvia Guidoni, professore associato al DISAFA dell’Università di Torino. Una delle attività illustrate riguarda la zonazione topo-meteorologica delle colline vitate del Sud Piemonte, con l’obiettivo di conoscere sempre meglio i microclimi dei diversi territori. Un'altra punta a mettere a disposizione di viticoltori e tecnici una piattaforma con conoscenze e strategie per affrontare condizioni climatiche sempre più variabili, comprese quelle estreme.
Ed è forse proprio questa la parola chiave uscita da Bubbio: conoscere.
Conoscere prima di progettare. Conoscere prima di piantare. Conoscere prima ancora di decidere quale identità dare a un vino.
Perché la sfida della Val Bormida potrebbe essere quella valorizzare le proprie carateristiche.
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Anche la scelta di Colombo va letta in questa direzione. Antonio e Andrea Colombo hanno fondato la cantina nel 2003 scegliendo di investire proprio in questa valle e nelle potenzialità di Pinot Nero e Chardonnay. Oggi la loro esperienza diventa l'occasione per aprire un confronto più ampio, mettendo attorno allo stesso tavolo produttori, ricercatori, mondo agricolo e competenze diverse.
Non è ancora una storia compiuta. Ed è forse questo l'aspetto più interessante. La Val Bormida appare piuttosto come un territorio in fase di scoperta, nel quale natura, agricoltura e viticoltura possono incontrarsi senza che una dimensione debba necessariamente cancellare l'altra.
Il bosco è ancora bosco. Il prato è ancora prato. Il nocciolo continua a essere parte del paesaggio, così come la vigna. E proprio questa varietà può diventare una forza, in un momento in cui la capacità di raccontare un territorio passa sempre più dalla sua autenticità e dalla sua complessità.
A Bubbio, insomma, non si è parlato soltanto di vino. Si è cominciato a parlare di una valle che vuole capire meglio se stessa. Il futuro, davvero, è già qui.



